Digitando la parola dissuasore su un qualsiasi motore di ricerca non compare, come ci si potrebbe aspettare, una figura professionale di nuova generazione o una carica nella gerarchia mafiosa. Compare una serie di link che rimandano ad un prodotto molto particolare la cui definizione è la seguente:
“I dissuasori sono dispositivi stradali che vengono utilizzati per impedire il passaggio o la sosta ai veicoli”.
Poi scorrendo più giù le numerose pagine che il motore di ricerca ci propone si trovano anche dei “dissuasori per piccioni”, oltre che per altri animali. Ora, fermo restando che i primi si rivolgono agli umani, mentre i secondi no e che quindi i due tipi di dissuasori non sono interscambiabili andiamo ad esaminare la parola attraverso due chiavi di lettura: la prima è l’etimologia, la seconda il prodotto proposto.
Dissuasore viene da dissuadere, dove dis indica un’azione contraria, che allontana e suardère significa esortare, consigliare. Quindi, tirando le somme, dissuadere significa “consigliare il contrario” “esortare a far diversamente”. Il dissuasore diventa così colui che ti motiva a non fare una cosa . Ma per capire meglio questo aspetto è bene esaminare il contrario della parola dissuadere, che sarebbe “persuadere” e cioè: “indurre altrui con efficaci parole a credere o a fare chicchessia”. Quindi se esiste qualcuno che con efficaci parole ci può convincere fare o credere qualcosa, esisterà qualcun altro che con altrettante efficaci parole ci porterà a non fare o non credere quella stessa cosa.
Ma passiamo ai nostri prodotti. Il dissuasore è per lo più un palo o un dosso che impedisce di parcheggiare o di percorrere una strada velocemente. La domanda che sorge è la seguente: perché?
La risposta è semplice: perché lì la gente parcheggia e là la gente corre con le automobili.
Ma la mia era una domanda incompleta. La domanda intera è la seguente: perché il dissuasore convince a non parcheggiare o a non correre?
Ecco che la risposta, da semplice, diventa complessa. Il dissuasore non convince: impedisce! Allora significa che le parole impediscono? No! Il dissuasore, non parla, non usa parole efficaci, al contrario, usa il silenzio e tramite esso fa violenza. Il dissuasore non ti spiega perché qui tu non puoi parcheggiare o correre, il dissuasore crede che tu non possa o non voglia capire e quindi, tramite la sua solida forza ti impone la sua presenza dove potrebbe essere prevista la tua. Il dissuasore, strano a dirsi, non sa che esiste la possibilità del dialogo.
Ma è tutta colpa del dissuasore? Ovvio che no. Perché se in un posto è vietato correre, non dovrebbe esserci bisogno del dissuasore, eppure se muto e inamovibile ne troviamo uno, significa che le parole [vietato correre] non sono servite, non hanno persuaso. Così accade che ciò che viene detto con efficacia, diventa imposto con efficienza, ma, cosa più subdola, viene nascosto da una bella parola che lascia immaginare un confronto aperto.
Il dissuasore, per quanto monolitico e silenzioso, si evolve e diventa versatile, impara un suo linguaggio e declina il meglio [o il peggio] di sè in ogni ambito in cui la gente si rifiuta di capire. E capita che in alcune città il dissuasore diventi un archetto di metallo saldato sulle grate dei marciapiedi dove esce aria calda per impedire alle persone senza dimora di ripararsi lì durante le notti di gelo. Immaginate la scena: fa un freddo cane, l’aria è pungente, le mani si spaccano come fossero di carta pesta, il naso è insensibile, il sonno offusca ogni pensiero e da quel marciapiede esce del calore, dell’agognato calore. Immaginate di avvicinarvi alla grata, sporca, ma luminosa come un camino a casa di amici e di trovare una serie di archi di metallo posizionati in modo tale che sia impossibile sedersi o distendersi. Ecco che il dissuasore ha assolto il suo compito: ci ha spiegato che non è educato sdraiarsi a terra, per strada. Mi dispiace dirlo, ma il dissuasore ha ragione.
In una società in cui non si è più capaci di accogliere l’altro, in cui non si è capaci di spiegare che non si può parcheggiare un’automobile davanti ad una fontanella per l’acqua, che non si può correre a 150 km/h in una strada dove giocano i bambini è ovvio che non si può nemmeno spiegare che è incivile sdraiarsi per strada. Diventa logico far bramare il calore a chi ha freddo, così capisce, comprende che qui non ci si butta a terra. In una società dove “le parole efficaci” diventano monoliti di cemento non c’è da stupirsi se lo stesso metro si usa per l’inclusione sociale delle frange più deboli della popolazione. Quando le parole hanno perso di significato, solo la violenza, muta e sorda, riesce ad ottenere dei risultati e così da essere umani diventiamo piccioni che vanno dissuasi dal cagare in ogni dove…
Girolamo Grammatico